Onora
(Primo classificato alla IX edizione del concorso nazionale Eraldo Miscia)
Quel giorno che hai immaginato spesso, a volte con tristezza e a volte con rabbia, è arrivato. Prima di quanto pensassi, inatteso e improvviso. Eccola tua madre, nel suo vestito migliore e le scarpe con il tacco. Capelli lisci, appena tinti di quel colore quasi nero, più forte dei suoi capelli bianchi che nessuno ha mai visto. Al trucco hai pensato tu, sai come le piace. Un anello di diamanti è all’anulare sinistro, testimone di una storia impegnata, o soltanto più lunga, e reperto di un ricatto. Non lo ha restituito, rinunciando a quell’amore ma tenendosi la promessa. E’ bello, non c’è che dire, anche se tu preferisci i solitari, simbolo di qualcosa di unico come l’uomo della vita. Ma a lei sta bene, più sono i frammenti di pietra preziosa che contribuiscono al bagliore generale, più è adatto a lei. Tanti uomini, tante storie, tanti matrimoni… e tua madre sopra tutto come quella pietra più grande al centro. Non farebbe lo stesso effetto senza quei frammenti, è questo che pensi? Come sarebbe stata se fosse rimasta sola per un tempo ragionevole? O se fosse stata madre?
I fiori si sono conservati bene e riempiono la stanza. Pensi a quante volte si è lamentata con te, come avrebbe fatto con la sua migliore amica, del fatto che gli uomini arrivano con i fiori solo la prima settimana o aprono lo sportello della macchina solo per i primi dieci giorni.
I parenti e gli amici cominciano ad arrivare. Ti salutano con parole e carezze, poi si dispongono rispettosamente ai lati della stanza. Qualcuno tiene lo sguardo basso e raccolto, ma qualcuno scruta. Un’occhiata veloce a tua madre e poi a te. Quanti complimenti avete ricevuto! Vi scambiavano per sorelle e tua madre rideva per quel solito gioco fatto di battute su com’era giovane, su come non dimostrasse affatto la sua età! Le era venuta così l’idea, un’estate in vacanza, che la chiamassi per nome invece che “mamma”. L’hai fatto e lei è stata bene. Salvo poi dover tornare di fretta nel ruolo di figlia, quando qualcosa non le andava. Amica, sorella o figlia all’occorrenza.
E’ arrivato tuo padre. Resta sulla porta, non entra a salutarti. Vi siete già abbracciati lontano dagli sguardi. Non credevi venisse e ti fa piacere. Lo guardi con dolcezza, vorresti allungargli una carezza invisibile e calda per non aver potuto o preferito dimenticare la sua esistenza. Ti chiedi a cosa sta pensando, cosa rimane nell’animo di qualcuno che ha amato qualcun altro che, invece, giocava. Ti chiedi se, alla fine, ha capito che lei è solo rimasta una ragazzina di vent’anni, che le responsabilità, gli impegni, l’amore e la maternità erano pensieri leggeri, come pensare al futuro, a cosa farai da grande. Credevi che il tempo, prima o dopo, l’avrebbe tradita. Non ti preoccupavi di spiegarle perché credevi che il passare degli anni le avrebbe lanciato davanti la sua immagine invecchiata. Eri convinta che così avrebbe imparato che i rapporti, la vita, bisogna costruirli con impegno e qualche compromesso, se vuoi che poi ti resti qualcosa. Ti ha sempre fatto rabbia vedere che crescevi da sola, che lei non cresceva con te, che lentamente i ruoli si invertivano fino ad annullarsi in un rapporto strano, inutile. Avresti voluto che provasse ad impegnasi in qualcosa, ad amare qualcuno con dedizione, a fare la madre. Ma il tempo non l’ha tradita, l’ha mantenuta bella perché altrimenti sarebbe stata male, si sarebbe trovata ignorata… la sua debolezza.
Ti guardi in torno. Sai che le persone presenti non sono a loro agio, nessuno lo era affianco a lei. Però ci sono tutti, mossi da chissà quale senso del dovere o… curiosità. Ti chiedi sempre e ancora cosa vale di più, perché le tue certezze traballano ogni volta davanti al successo di tua madre. Anche ora.
Entra un signore in divisa, stanno per chiudere.
Un coperchio e una ghirlanda di fiori l’unica cosa che ancora si può vedere di lei. Ora è sola e lontana dagli sguardi. Ti appoggi alla bara come a riprendere fiato, la gente si allerta, vuol vederti come sei davvero, come sei tu. Ma hai solo il respiro affannato, come se avessi corso dietro qualcosa che non hai raggiunto. E ora è tardi, scende una lacrima solitaria e composta.
Onora il padre e la madre. L’hai sempre fatto, con caparbietà e determinazione, anche quando avresti voluto ribellarti, andartene, certa che non se ne sarebbe accorta veramente. E da oggi niente cambia. Lei non c’è più come non c’è mai stata.
La bara è sul carro.
In Chiesa c’è meno gente. Cominci ad esser certa di cosa vale. Vuoi venire fuori come sei davvero, con tutti i tuoi sogni nel cassetto e le fiabe da leggere. Durante la messa avresti dovuto dire qualche parola per riscattarne i comportamenti. E non sarebbe stato difficile perché l’hai sempre giustificata, con scuse pronte e motivazioni per accettare, perdonare. Le volevi bene, ti eri preoccupata per lei così tante volte… Avresti letto con quel tono affettuoso che le hai sempre riservato, il tono di madre di sua madre. Ma non ti sei alzata quand’era il momento ed è calato il silenzio.
Mentre ringrazi e saluti quelli che se ne vanno, lotti contro un senso di abbandono definitivo. Non sei riuscita, come credevi con il tempo, a cambiare ciò che era, ad avere la carezza che ti spettava, l’attenzione che volevi. Senti di meritarla, senti che te l’avrebbe dovuta perché era tua madre e una madre ama. Stringi i denti e trattieni un respiro. Ti ha messo al mondo, ti ha dato la vita, per questo non ti sei mai allontanata. Solo per questo. Voleva essere giovane, voleva un’amica, voleva divertirsi. E tu sei cresciuta in fretta per permettere a lei di restare una ragazzina.
Al cimitero nessuno dei suoi uomini, dei suoi trofei.
La fossa è già pronta. Lì dentro sta per finire tutto ciò che avevi di tua madre, la sua immagine, con la quale nulla sei riuscita a costruire.
Mentre il prete inizia la funzione e la bara è ancora sul bordo della fossa, le mandi un bacio, infili gli occhiali da sole e ti allontani.
D’improvviso sei più giovane.
Vota questo post



Ultimi commenti